Categorie
Articoli

La persuasione e il modello ELM

Il modello ELM “Elaboration Likelihood Model” (ELM) è un modello di persuasione proposto da Richard E. Petty e John T. Cacioppo nel campo della psicologia sociale. Questo modello si concentra sul processo tramite il quale le persone sono influenzate e persuase da messaggi persuasivi, come quelli che si trovano in pubblicità, discorsi politici o altre forme di comunicazione.

Secondo l’ELM, il processo di persuasione può avvenire attraverso due vie principali:

  1. La via centrale (central route): Questa via coinvolge un’elaborazione attenta e approfondita del messaggio da parte dell’individuo. Le persone che seguono questa via sono motivate a valutare attentamente le argomentazioni presentate nel messaggio e a utilizzare il loro pensiero critico per formare una risposta. Se il messaggio è persuasivo e basato su argomentazioni solide, è probabile che si verifichi un cambiamento duraturo nelle loro opinioni o atteggiamenti.
  2. La via periferica (peripheral route): Questa via coinvolge un’elaborazione superficiale del messaggio. Le persone che seguono questa via potrebbero non essere motivate o in grado di impegnarsi in un’elaborazione approfondita delle argomentazioni. Invece, si concentrano su elementi periferici come l’aspetto dell’oratore o le caratteristiche emotive del messaggio. L’influenza di persuasione in questo caso è di breve durata e meno probabile che porti a cambiamenti stabili nelle opinioni.

Il percorso che una persona sceglie dipende da diversi fattori, tra cui la sua motivazione, la sua capacità di elaborazione delle informazioni e la rilevanza del messaggio per la sua vita.

L’ELM è stato ampiamente utilizzato per comprendere come le persone elaborano le informazioni persuasive e come vengono influenzate dalle tattiche persuasive utilizzate nei messaggi di comunicazione. Questo modello ha applicazioni in vari campi, come la pubblicità, la politica, la comunicazione di massa e il marketing.

Categorie
Articoli

La dissociazione

I- La dissociazione nel pensiero psicopatologico francese

Il concetto di dissociazione si fonda sulla maturazione di un pensiero psicopatologico in un ambito culturale ben definito, che è quello francese del secondo Ottocento, dove il riferimento speculativo è quello della crisi di un soggetto, inteso in senso cartesiano, unitario, ad alta coesione. Questo portò la psicopatologia francese, fin dagli inizi dell’Ottocento, a individuare il concetto di psicosi nella perdita di tale continuità, sottolineandone l’alterazione della logica, la formazione di un’idea dominante e il conseguente parassitismo di tutto l’appartato psichico. Dalle evidenze rilevate da Jean Martin Charcot presso l’ospedale Salpetrière di Parigi, dove assistette a fenomeni di isteria, prendono le mosse la psicanalisi e il lavoro di Sigmund Freud, che di Charcot era assistente e allievo. Freud considerò la dissociazione il meccanismo secondario presente nei quadri isterici, e cioè un’operazione mentale volta a rimuovere un’idea dalla totalità delle idee che albergano nella coscienza, dopo aver convertite nel corpo (sintomo somatico) o spostato all’esterno (fobia) “l’affetto” che la rendeva incompatibile. In linea con il pensiero psicopatologico francese, egli accolse un’idea di dissociazione come qualcosa che coinvolgeva il soggetto nel tentativo di ripristinare una precisa logica rispetto a contenuti di cui l’Io non riesce a farsi carico e che quindi diventa portante dell’opposizione tra coscienza e inconscio. Freud pur mantenendo una concezione unitaria dell’isteria, accettò la distinzione di una forma minore di dissociazione, caratterizzata da fenomeni di conversione e dai siontomi psichici più comuni, da una forma più grave, dove venivano descritti fenomeni di dissociazione psichica che, pur appartenendo saldamente al quadro dell’isteria, furono assorbiti nel gruppo delle schizofrenie.

II- La dissociazione nel pensiero psicopatologico tedesco

Il soggetto nel pensiero psicopatologico tedesco si configura come un insieme di forze coese all’interno e, quindi sul piano clinico, diventa plausibile una debolezza o addirittura punti di incrinatura di questa coesione. La dissociazione tedesca è quindi il segno di un’incrinatura nell’arcipelago del soggetto.

III – Dissociazione come organizzazione

Nell’ambito della dissociazione il concetto di organizzazione, prevede una concezione ad arcipelago del sé individuale, in linea con il pensiero psicopatologico tedesco. Sul piano delle posizioni teoriche è necessario fare riferimento a un’idea di se stessi come non lineare, che introduce all’ipotesi dell’esistenza di mutevoli e molteplici stati del sé, di differenti stati della mente e differenti costellazioni psichiche, della pluralità degli stati psichici, di stati del sé paralleli e multipli e che conduce all’idea di funzione mentale come movimento fra plurimi stati del sé. La dissociazione, al di là della natura difensiva, è un dispositivo di base della funzione della mente stessa , che permette, attraverso la modalità sia creativa, sia patologica, il mantenimento della continuità del senso di esistenza. Essa non è intrensicamente patologica e la psiche non nasce come un tutto integrato, che in seguito, come esito di un processo patologico, si scinde o si frammenta, ma al contrario, fin dall’origine non è unitaria e si struttura attraverso la molteplicità delle sue configurazioni, che con la maturazione sviluppano una coerenza e una continuità vissute come un senso coeso di identità. Per questo al dissociazione è un dispositivo basilare per il funzionamento mentale in toto ed è centrale per la stabilità e la crescita della personalità. Quindi c’è un confine netto tra dissociazione come risultato di relazioni traumatiche e dissociazione come processo strutturale/strutturante della mente. La capacità di un essere umano di vivere in modo spontaneo, autentico e consapevole dipende dalla presenza di una dialettica continua tra il senso di separatezza e unitarietà degli stati del sé, che sono parti della propria identità e che necessitano di rimanere in comunicazione reciproca. Quando sul piano evolutivo, tutto procede bene, l’individuo è solo vagamente e a tratti consapevole dell’esistenza di stati di sé individuali e delle loro rispettive realtà, perché ogni singolo aspetto funziona come parte della sana illusione di essere interi, di avere un’identità personale unitaria e uno stato cognitivo ed esperenziale, sentito come essere sé stessi. Nel corso dello sviluppo la personalità umana tende a manifestare un aumento della sua interezza, che sta ad indicare l’esperienza di sentirsi connessi agli altri in maniera sicura e creativa. L’esperienza di interezza relazionale consente di conservare, l’individualità e di abbandonarla a un altro senza il timore di perderla. Per questo è possibile sentirsi “uno in molti“, restando negli spazi dei sé multipli senza la necessità di dissociarli. La dissociazione come dispositivo rappresenta una funzione sana ed adattiva della mente, un processo di base che permette a diverse parti di noi di funzionare in modo ottimale quando ciò di cui abbiamo veramente bisogno è una totale immersione in una singola realtà, in un singolo affetto forte e una sospensione della capacità autoriflessiva. Non è possibile vivere in una costante condizione di integrazione, molte delle esperienze sono vissute con modalità inconsapevoli e spesso si mostrano identità diverse in contesti diversi, che riflettono la molteplicità delle relazioni con gli altri. Operando in questo modo il dispositivo dissociativo struttura e orgnizza incosciamente la personalità, e in condizioni normali, migliora le funzioni integrative dell’IO escludendo gli stimoli in eccesso o irrilevanti; al contrario, in condizioni patologiche le naturali funzioni della dissociazione vengono mobilitate per uso difensivo.

IV- Dissociazione come difesa

Nella patologia dissociativa la dissociazione è una difesa, che si origina quando esiste una situazione insopportabile che non consente compromessi accettabili con il mondo esterno. A tutti gli stadi dello sviluppo la maturità del sé psicologico rappresenta il fattore critico nel determinare la capacità individuale di adattarsi alle sfide evolutive interne ed esterne. L’individuo ha bisogno di raggiungere una prospettiva comprensiva ed integrata, dove i sentimenti procurati dagli eventi sono concepiti come rappresentazioni mentali che sono reali e allo stesso tempo non reali. Ciò permette al soggetto di trovare una prospettiva flessibile e, di giocare con la realtà alla ricerca di un modo più confortevole di vivere con essa, grazie alla creatività. Per alcune persone essere reali nel mondo reale coincide con un’esperienza di sé troppo dolorosa. Quando un individuo non è stato messo adeguatamente nella condizione di giocare con la realtà avrà bisogno di creare inconsapevolmente stati alterati di coscienza, ovvero stati dissociativi, la cui matrice sensoriale ha lo scopo di annullare le percezioni relative alla realtà ordinaria. Le reiterazioni di questi stati a scopo difensivo fanno della dissociazione una difesa e possono, con il tempo, costruire la dinamica di base della dipendenza patologica, fino a configurare i modelli compulsivi stessi come forme comportamentali dissociative. Per questo motivo le vere dipendenze patologiche non sono mai il frutto di una scelta consapevole o una semplice ricerca del piacere, ma piuttosto esperienze dissociative transitorie che permettono al soggetto di uscire temporaneamente dalla sua realtà allo scopo di risolvere una condizione di disagio persistente, divenuta insopportabile. In altre parole, attraverso la sensorialità derivante da un’alterazione dello stato di coscienza, il soggetto riesce a mantenere un livello sufficiente di autostima, un’immagine congrua di sé e una certa sicurezza nelle situazioni sociali, ma sempre sotto un incombente sentimento di precarietà, che in parte è rimosso. La dissociazione è una difesa globale contro la presenza di un trauma o di una paura per un potenziale trauma e si presenta come una capacità ipnoide della personalità. Il suo obiettivo è la sopravvivenza, la sua tendenza invece è quella di strutturarsi come stato patologico eludendo qualsiasi forma di integrazione o cambiamento. La dissociazione è un processo inibitorio attivo che normalmente esclude dalla coscienza percezioni interne ed esterne, ed é pertanto un meccanismo di sbarramento che protegge la coscienza ordinaria dall’inondazione di un eccesso di stimoli. Negli stati dissociativi patologici, la parte scissa della coscienza, o lo stato modificato di coscienza, si comporta come un’identità mentale indipendente dalla personalità globale, che risultà incapace di esercitare qualunque controllo sulla porzione scissa. Di fronte a un’esperienza della realtà insopportabile o intollerabile, si possono determinare due manovre psichiche che spiegano i fenomeni della dipendenza. Una è il diniego, l’altra è un’attività che reca sollievo. La costruzione di un settore scisso, insita in tutte le forme di dipendenza da sostanza, da un oggetto o da un comportamento, diventa il tratto caratteristico di una separazione che comporta la ricerca di una forma di piacere o sollievo, oltre che un cambiamento degli obiettivi e dei valori personali.

Tratto da: Psicopatologia web mediata di Federico Tonioni, Springer 2013

Categorie
Articoli

Riflessi dell’uso di internet  nel periodo adolescenziale

Sommario

1 – Caratteristiche generali del periodo adolescenziale in relazione alla psicopatologia

2 – Ruolo della famiglia dell’adolescente

3 –  Il mondo virtuale e la percezione del proprio corpo nell’adolescente

4- Le relazioni interpersonali mediate dal web

5- La dissociazione come conseguenza dell’uso di internet negli adolescenti

6 – Legame tra i disturbi dell’attenzione e fenomeni dissociativi nell’uso di internet

1 – Caratteristiche generali del periodo adolescenziale in relazione alla psicopatologia.

La psicopatologia è la disciplina che studia i disturbi e le malattie mentali, i comportamenti definiti patologici e la sofferenza mentale che possono afferire alle diverse funzioni della mente: coscienza, attenzione, memoria, percezione, pensiero e affettività. Essendo i disturbi psichici in adolescenza fortemente caratterizzati da elementi evolutivi, e cioè dalle caratteristiche psicologiche specifiche di questa fase, la comprensione delle difficoltà psicologiche dell’adolescente non può prescindere dal considerare questa dimensione.  L’adolescente si trova davanti a sé determinati compiti di sviluppo la cui risoluzione  conduce al successo nell’affrontare i compiti successivi, mentre un loro fallimento conduce all’infelicità. In particolare  alcuni dei principali compiti che devono essere affrontati in adolescenza sono:

  • instaurare relazioni nuove e più mature con i coetanei di entrambi i sessi;
  • acquisire un ruolo sociale maschile o femminile;
  • accettare il proprio corpo e usarlo in modo efficace;
  • conseguire indipendenza emotiva dai genitori e da altri adulti;

Dal punto di vista emotivo l’adolescente deve affinare la propria capacità di gestire le emozioni in modo sempre più raffinato ed efficace. La trattazione dei disturbi mentali in adolescenza debbono  tenere necessariamente conto del fatto che:

  • l’adolescente è un essere in via di sviluppo fisico e psichico, pertanto ogni sintomo psicopatologico deve essere considerato all’interno di un processo maturativo;
  • l’organizzazione e il funzionamento dell’apparato psichico in questa età vanno rapportati alla situazione relazionale e affettiva della famiglia e del contesto di vita;

La maggioranza dei comportamenti devianti in adolescenza si caratterizzano per un elevato grado di impulsività e mancanza di responsabilità. E’ importante operare una distinzione tra la fisiologica tendenza alla trasgressione in adolescenza e i comportamenti più propriamente devianti che arrestano e ostacolano un armonico sviluppo psicologico. I diversi comportamenti devianti, quali il mentire, il rubare, l’aggredire, il distruggere, lo spacciare e infine i reati di gruppo devono essere letti e recuperati nel loro significato sociale (norme condivise da un gruppo e da un contesto antisociale), ma anche soggettivo, mettendo in risalto la mediazione costante tra realtà esterna ed interna, tenendo conto della storia personale dell’adolescente e della qualità dei suoi legami affettivi originari. Capita spesso che durante l’adolescenza venga messo in atto un comportamento deviante, spesso temporaneo, che denuncia la transizione che il soggetto sta vivendo, l’adolescenza è una fase evolutiva in cui il rischio di emersione di aspetti psicopatologici della personalità e di mettere in atto comportamenti devianti fino al punto di diventare antisociali, è particolarmente elevato.

2- Ruolo della famiglia dell’adolescente

La radicale trasformazione avvenuta nella società occidentale a partire dall’ultimo dopoguerra rispetto alla percezione dell’autorità in ambito sociale e familiare ha favorito il passaggio da una concezione di autorità  che non poteva essere messa in discussione, all’idea che l’autorità debba in qualche modo giustificare “se stessa” e che non esistano valori o ideali indiscutibili e accettati da chiunque per definizione. Questo ha sottratto alle figure genitoriali una parte della loro credibilità e le ha poste di fronte alla necessità di operare scelte educative in maniera più consapevole. Se prima era possibile per un genitore fare riferimento a una serie di valori tramandati tradizionalmente da proporre ai propri figli, fidando anche sulla pressione sociale che li appoggiava e sul fatto che la figura stessa del genitore era considerata un valore a prescindere dal messaggio che trasmetteva, oggi i genitori si trovano a dover giustificare le loro scelte e a guadagnarsi sul campo l’autorevolezza che compete a un educatore. Questo processo è reso ancora più intenso per via della comunicazione digitale che, aumentando la possibilità dei singoli di mettersi in comunicazione tra di loro, fuori da censure e controlli, consente una circolazione più ampia di idee controcorrente, che in passato sarebbero state meno accessibili. La coppia genitoriale quindi, specialmente la figura del padre, non è più vissuta come figura di riferimento. Il reperimento di un’autorità credibile però è necessaria perché permette all’adolescente da una parte di costruirsi uno spazio proprio e quindi di porre una distanza per iniziare a fare esperienza, dall’altra questo processo è reso possibile dall’esistenza di limiti e regole che circoscrivono un campo delimitato di azione, con cui è possibile confrontarsi per sperimentare nuove situazioni con minore incertezza. Ogni adolescente sano si scaglia contro le regole, ignorando quanto l’esistenza delle regole stesse sia funzionale alla crescita e all’acquisizione di un’indentità personale capace di contenere e di essere contenuta. Per tale motivo il decremento di autorità nelle figure genitoriali in atto non ha generato tra i giovani un senso di maggiore libertà, ma, al contrario, la frustrazione di sentirsi privi di strumenti adeguati per esprimere e costruire questa libertà. La famiglia odierna quindi non può più contare sul supporto di una cultura che tendeva a rafforzare l’autorità lasciando ai genitori la responsabilità di stabilire regole e limiti e a indirizzare i propri figli, muovendosi in un mondo sconosciuto, creando un ampio senso di impotenza.

3 – Il mondo virtuale e la percezione del proprio corpo nell’adolescente

Il mondo virtuale fornisce all’adolescente, una serie di risorse e possibilità di espressione che nella vita di tutti i giorni sarebbe troppo faticoso sperimentare. Di fatto il mondo virtuale mediato dal web consente relazioni parziali, cioè relazioni che non coinvolgono la persona nella sua interezza, ma soltanto determinati canali sensoriali, a discapito di altri. Di conseguenza l’espressione di certi aspetti sarà favorita, rispetto al bisogno di nascondere ciò che non è possibile presentare. Tutto questo diventa utile soprattutto in quei casi in cui un adolescente, per vari motivi, non riesca a fronteggiare il confronto diretto con l’altro. In tutti questi casi l’utilizzo di uno schermo digitale si configura come un possibile mezzo d’aiuto per riuscire a contattare l’altro in maniera  protetta. Di fatto il corpo media e parallelamente genera emozioni e questo  non è qualcosa di secondario rispetto all’emotività ma piuttosto un attore partecipe e attivo negli scambi con l’altro.  Nelle relazioni digitali  molto di quella parte di emotività che è mediata dal corpo viene persa, così come molti aspetti che riguardano la reciprocità. È comprensibile dunque come l’uso del virtuale possa rispondere a una vasta gamma di esigenze interne dal timore del contatto con l’altro e il bisogno di isolamento, alla possibilità di sperimentare in maniera protetta aspetti insostenibili del mondo reale. In particolar modo nell’adolescenza il virtuale offre possibilità di espressione di aspetti nuovi e difficili da gestire.  Se il corpo di un adolescente  veicola limitatezza, senso di inadeguatezza e perdita di una perfezione originaria  allora “forse” il web potrebbe offrire la possibilità di contrastare tutto questo. Non a caso le immagini  che ciascuno veicola nel web mettono in risalto tutte le qualità che fanno apparire migliore  secondo i propri stereotipi personali. Tutto questo è in sintonia proprio con quell’ideale di perfezione con il quale l’adolescente è costretto a fare i conti. Nel web è possibile esprimere di sé ciò che ciascuno di noi reputa accettabile, tralasciando addirittura negando quello che si ripudia con il quale non si riesce a convivere. Il corpo, spesso mal vissuto ripudiato dell’adolescente,  trova una collocazione ideale nel web, dove con estrema facilità può essere adattato alle esigenze del momento. In rete il corpo può scomparire nei suoi tratti più vicini alla realtà e magari riproporsi con caratteristiche fantastiche come accade nei giochi di ruolo. Da queste dinamiche nascono sui social- network le esposizioni grandiose di foto personali, feste e amici bellissimi. È chiaro che quanto più il corpo viene trasformato, tanto più massiccia e l’entità del conflitto, che dunque può collocarsi al livello più evoluto coinvolgendo solo alcuni aspetti della personalità o a un livello più profondo,  fino a creare un avere propria frattura con la realtà. In generale l’entità della trasformazione degli aspetti che vengono rifiutati, se non addirittura rinnegati, è quindi commisurata all’entità del disagio che tali aspetti riescono a generare nell’individuo che li rifiuta; questi vengono percepiti come qualcosa di pericoloso e destrutturante, perché ogni aspetto che viene rinnegato tende a riproporsi in chiave persecutoria complicando le possibilità di risoluzione.

4- Le relazioni interpersonali mediate dal web

Attraverso internet chi fa fatica a comunicare con chi è più prossimo  rischia di avere esclusivamente  relazioni virtuali. La presenza di uno schermo permette di modulare gli input che inviamo e riceviamo, questo ha una funzione protettiva per quelle persone che fanno fatica a gestire un eccessivo carico di emozioni  che scaturiscono o potrebbero scaturire in una relazione “face to face”. L’elemento centrale in queste condizioni è l’incompletezza del confronto con l’altro, o meglio la parzialità delle relazioni da cui si esclude la corporeità. Il corpo rappresentato nei social network a volte  viene mistificato, tralasciando gli aspetti meno grandiosi, quelli che lasciano trasparire i limiti che qualsiasi adolescente teme. Lo scopo è quello di non ledere l’idealizzazione di sé stesso, cioè lasciare fuori dalla relazione i tratti legati alla fragilità e all’idea di non farcela rispetto al proprio gruppo di pari. D’altra parte però il bisogno di essere rispecchiati è di fondamentale importanza, esprimere sé stessi e non trovare qualcuno in grado di cogliere e restituirci ciò che di noi volevamo veicolare ci lascia a metà, con un sentimento di incompletezza e precarietà che necessita di trovare quiete. La rete cerca di fornire la possibilità di esprimere di sé quegli aspetti che in altro modo nel mondo reale non trovano un sufficiente spazio, ma il web non riesce a svolgere questo compito completamente. Ciò che viene a mancare è la presenza di un ricevitore attivo che possa rimandare una rielaborazione di ciò che ha acquisito. Questo determina in quell’utente alla ricerca di sé stesso, un meccanismo di cortocircuito e quando ciò accade la psicopatologia potrebbe emergere. Lasciare fuori di sé aspetti anche importanti può avvenire per una sorta di critica interna a quegli aspetti o per una totale assenza di consapevolezza degli stessi. La presenza di un conflitto sottolinea ancora la presenza di un legame con l’interezza dell’essere, ma se il conflitto è bandito si assiste alla dissociazione di intere parti che, non potendo essere integrate, cominciano a vivere di vita propria, come se non fossero un’unità. Come ben sottolinea (GADDINI) nei suoi scritti “alle indebite frustrazioni dei bisogni potrebbero essere addebitabile la psicopatologia più seria: la psicosi, la depressione, l’anoressia, la bulimia, i quadri più o meno gravi di alterazioni dell’identità”.  

5- La dissociazione come conseguenza dell’uso di internet negli adolescenti

Nella patologia dissociativa la dissociazione è una difesa che si origina quando esiste una situazione insopportabile che non consente compromessi accettabili con il mondo esterno. A tutti gli stadi dello sviluppo la maturità del “sé psicologico” rappresenta il fattore critico nel determinare la capacità individuale di adattarsi alle sfide evolutive interne ed esterne.  L’individuo ha bisogno  di raggiungere una prospettiva comprensiva e integrata, dove i sentimenti procurati dagli eventi sono concepiti come rappresentazioni mentali che sono reali e allo stesso tempo non reali. Ciò permette al soggetto di trovare una prospettiva flessibile e, di interagire con la realtà alla ricerca di un modo più confortevole di vivere con essa, grazie alla creatività. Per alcune persone essere reali nel mondo reale coincide con un’esperienza di sé  troppo dolorosa.  Quando un individuo non è stato messo adeguatamente nella condizione di giocare con la realtà avrà bisogno di creare inconsapevolmente stati alterati di coscienza, ovvero stati dissociativi,  la cui matrice ha lo scopo di annullare le percezioni relative alla realtà ordinaria.  Le reiterazioni di questi “stati” a  scopo difensivo,  possono con il tempo costruire la dinamica di base della dipendenza patologica fino a configurare i modelli compulsivi di forme comportamentali dissociative. Per questo motivo le vere dipendenze patologiche non sono mai il frutto di una scelta consapevole o una semplice ricerca del piacere, ma piuttosto esperienze dissociative transitorie che permettono al soggetto di uscire temporaneamente dalla sua realtà allo scopo di risolvere una condizione di disagio persistente, divenuta insopportabile. Attraverso la sensorialità derivante da un’alterazione dello stato di coscienza, il soggetto riesce a mantenere un livello sufficiente di autostima, un’immagine con cura di sé e una certa sicurezza nelle situazioni sociali, ma sempre sotto un incombente sentimento di precarietà che in parte è stato rimosso. La dissociazione non è intrinsicamente patologica poiché la psiche non nasce come un tutto integrato, che in seguito, come esito di un processo patologico, si scinde o si frammenta, ma al contrario, fin dall’origine non è unitaria e si struttura attraverso la molteplicità delle sue configurazioni, che con la maturazione sviluppano una coerenza e una continuità vissute come un senso coeso di identità. Bisogna quindi sempre distinguere tra dissociazione come risultato di relazioni traumatiche e dissociazione come processo strutturale e strumentale della mente.

6- Legame tra i disturbi dell’attenzione e fenomeni dissociativi nell’uso di internet

La ricerca su internet correlata ai processi attentivi ha avuto un notevole sviluppo sia in funzione dello studio delle potenzialità di apprendimento che la rete sembra aprire, sia in funzione dei rischi che tale tecnologia potrebbe portare in termini di diminuzione delle capacità attentive e della concentrazione, con maggiore distraibilità. La condizione normale del cervello umano, come quella dei cervelli della maggior parte degli animali, è la distrazione, si è naturalmente portati a spostare lo sguardo e la nostra attenzione in perlustrazione dell’ambiente, alla ricerca di segnali significativi di cambiamento e, proprio per questo, stimoli ripetuti privi di alterazioni entrano a far parte dello sfondo della nostra percezione, finendo per essere ignorati. Attraverso il suo modo di funzionare e le sue richieste, internet fornisce un tipo di allenamento che si avvicina molto più alla distrazione che alla concentrazione. Le sue caratteristiche in termini di stimolazione sensoriale, in particolare la velocità, appaiono in sintonia con il nostro modo di funzionare predisposto alla distrazione. In rete sembra venir meno quell’immersione totale nel testo che i libri tipicamente stimolano, quello stato mentale che caratterizza la lettura assorta e che crea un forte rapporto tra lettore e libro. La lettura in senso classico facilità la capacità di prestare attenzione in modo continuativo e tale sforzo, che va allenato, ed è alla base della capacità riflessiva di elaborazione. I libri agevolano una forma di concentrazione nel tempo e di assorbimento nel testo di tipo lineare, che favorisce la capacità di prestare attenzione a un’unica cosa con la necessaria continuità. Dal punto di vista dell’attenzione la rete catalizza il nostro interesse e, al tempo stesso lo disperde. Siamo concetrati sullo schermo, ma distratti dagli stimoli continui che si succedono al suo interno. L’assorbimento che accompagna l’uso di internet sembra avere caratteristiche diverse dalla lettura concentrata, perché assomiglia a una distrazione costante più che a una concentrazione continua e questo probabilmente è uno dei motivi per cui una connessione prolungata può favorire alcune forme di dissociazione mentale.

Bibliografia

Pani R., Biolcati R., Sagliaschi S., Psicologia clinica e Psicopatologia per l’educazione e la formazione, Il Mulino 2019.

Tonioni F., Psicopatologia web-mediata, dipendenze da internet e nuovi fenomeni dissociativi, Springer 2013.

Segal H., Introduzione all’opera di Melanie Klein, G. Martinelli Editore, Firenze 1968;

Gaddini E., Scritti, 1953 – 1985, Raffaello Cortina Editore;

Categorie
Articoli

Introduzione al pensiero di Otto Kernberg

Il progetto fondamentale di Kernberg è stato di riunire insieme, in modo esaustivo e autenticamente integrato, gli aspetti principali della teoria tradizionale delle pulsioni e il modello strutturale di Freud, le teorie delle relazioni oggettuali della Klein e di Fairbain e la prospettiva evolutiva della psicologia dell’IO, in particolare il lavoro della Jacobson sulle forme patologiche dell’identificazione precoce. In termini più ampi i contributi di Kernberg sono tutti collocabili, e possono essere compresi correttamente, nel contesto di un’integrazione gerarchica di tre visioni molto diverse dello sviluppo dell’esperienza umana: quella di Freud, quella della Jacobson e della Mahler e quella della Klein.

Gli aspetti generali della prospettiva evolutiva Freudiana si basano sul fatto che noi nasciamo con una serie di pulsioni a base somatica, sessuali e aggressive, che si manifestano in sequenza nel corso della prima infanzia. Queste pulsioni raggiungono l’apice nella genitalità della fase edipica, in cui gli obiettivi incestuosi e parricidi sono vissuti come estremamente pericolosi. La mente si organizza e si struttura all’unico scopo di incanalare le pulsioni pericolose in modo da massimizzare le gratificazioni che procurano, tenendone contemporaneamente nascoste e/o deviandone le intenzioni antisociali.

Edith Jacobson, consolidando i contributi di molti autori della psicologia dell’IO, tra cui Marharet Mahler, sostenne che la nostra nascita psicologica non corrisponde con la nascita fisica. Un senso di identità individuale distinto e affidabile emerge soltanto gradualmente nel corso dei primi diciotto mesi di vita, a partire da una precedente modalità di esistenza in cui non c’é senso di sé indipendente, ma piuttosto una fusione simbiotica con la madre, così come l’ha concettualizzata la Mahler. La Jacobson era convinta che per un lungo periodo di tempo le capacità cognitive e le risorse fisiche della madre vengano vissute come se si trovassero all’interno del confin i del Sé del bambino. Soltanto gradualmente si articola un sé separato, nel corso del processo di separazione-individuazione, man mano che le capacità dell’IO del bambino maturano e si evolvono, rendendo possibile la differenziazione psicologica dalla madre.

Nella visione di Melanie Klein di quella che è l’essenza dell’esperienza umana, tutti noi nasciamo con due modalità potenti e primitive di entrare in relazione con il mondo: un amore adorante, fatto di profonda attenzione e gratitudine, e un odio orribilmente distruttivo, intensamente invidioso e sprezzante. Il nostro amore crea la possibilità di relazioni di cura e riparazione con altri vissuti come buoni e nutrienti; il nostro odio crea relazioni aggressive e reciprocamente distruttive con altri vissuti malvagi e pericolosi. Tutti gli esseri umani, per tutta la vita, dai primi mesi fino alla morte, lottano per conciliare queste due modalità di esperienza, per proteggere le esperienze buone, di amore, dai sentimenti di odio, distruttivi, per riavvicinare le polarità affettive all’interno delle quali agiscono.

Pur condividendo un terreno comune, Freud, la Jacobson e la Klein propongono ciascuno una visione molto particolare della psiche, delle sue origini, della sua natura, delle sue tensioni. Senza preoccuparsi dei confini teorici, Kernberg avvertì la potenziale complementarietà di queste visioni diverse, e ne accostò i contributi relativi alla patologia delle relazioni oggettuali interiorizzate, un aspetto che considerava di particolare importanza per comprendere i disturbi gravi di personalità. In qualche misura Kernberg, pose questi tre modelli gerarchicaente uno sopra l’altro, creando così una struttura elaborata e complessa per comnprendere lo sviluppo emotivo e il conflitto psicologico e per situare la psicopatologia a seconda del grado di gravità.

IL MODELLO EVOLUTIVO

In accordo con la Jacobson e la Mahler, Kernberg immagina che il bambino nei primi mesi di vita selezioni l’esperienza sulla base della sua valenza affettiva, e dunque si sposti avanti e indietro tra due stati affettivi di natura notevolmente diversa: stati piacevoli di gratificazione e stati spiacevoli, dolorosi, di frustrazione. In entrambe le condizioni non c’è distinzione tra il Sé e l’altro, tra il bambino e la madre. Nella prima situazione il bambino soddisfatto si sente fuso con un ambiente gratificante, che da piacere; nell’altra il bambino frustrato e pieno di tensioni si sente intrappolato in un ambiente doloroso e non gratificante.

Il primo compito evolutivo importante, nello schema di Kernberg, consiste nel chiarimento psichico di ciò che è Sé e ciò che è altro (la separazione delle immagini del Sé dalle immagini oggettuali). Se questo non si realizza, non può emergere un senso del Sé come entità separata e distinta, non può svilupparsi un confine affidabile tra l’interno e l’esterno, né una chiara distinzione tra la propria esperienza personale, la propria mente, e l’esperienz a ela mente altrui. Il fallimento nel realizzare questo primo compito evolutivo fondamentale è il precursore cruciale e decisivo degli stati psicotici. Tutti i sistemi schizzofrenici – allucinazioni, deliri, frammentazione psichica – derivano dal fondamentale fallimento nella differenziazione tra le immagini del Sé e quelle deggli oggetti.

Il secondo compito evolutivo fondamentale è il superamento della scissione. Dopo che le immagini del Sé e dell’oggetto sono state differenziate, rimangono affettivamente separate: le immagini del Sé buone e piene d’amore e le immagini oggettuali buone e gratificanti sono tenute insieme da affetti positivi (libidici) e sono separate dalle immagini del Sé cattive e piene di odio e dalle immagini oggettuali cattive e frustranti, che a loro volta sono tenute insieme da affetti negativi (aggressivi). Tale scissione, normale dal punto di vista evolutivo, viene superata quando il bambino si forma la capacità di vivere “oggetti interi”, che sono sia buoni che cattivi, sia gratificanti sia frustranti. Contemporaneamente all’integrazione delle immagini oggettuali avviene l’integrazione delle immagini del Sé; ora il Sé è vissuto come entità intera, sia buona sia cattiva, capace di amare e odiare. Tale integrazione consente l’integrazione concomitante delle disposizioni pulsionali di base. Poiché i sentimenti buoni e cattivi sono combinati, la grande intensità dell’amore e dell’odio ne risulta temperata. Il fallimento nel realizzare questo secondo compito evolutivo esita nella patologia bordeline. A differenza di quella psicotica, la personalità borderline è evolutivamente in grado di distinguere tra le immagini del Sé e degli altri, ma si ritira difensivamente dalla capacità di intrecciare insieme gli affetti e le relazioni oggettuali buone e cattive.

In questo modo Kernberg definì tappe evolutive corrispondenti a livelli diversi di psicopatologia. Sul primo gradino si trovano diversi tipi di psicosi, persone che non sono state in grado di realizzare il primo compito evolutivo fondamentale (come lo descrive la Jacobson): la definizione di confini chiari tra il Sé e gli altri. Sul secondo ci sono diversi tipi di personalità borderline, vale a dire persone che vivono in modo chiaro i confinio tra sé e gli altri, ma che non sono state in grado di realizzare il secondo compito evolutivo fondamentale (come lo descrive la Klein): l’integrazione dei sentimenti di amore e di odio in una relazione più piena e ambivalente con gli altri. La teoria Freudiana classica della nevrosi come conflitto strutturale rappresenta il terzo gradino di Kernberg e si riferisce alle psicopatolgie con uno sviluppo di personalità di livello superiore, in cui i confini del Sé e l’oggetto sono intatti e le immagini del Sé e quelle oggettuali sono integrate.

Nel sistema di Kernberg inzialmente non ci sono pulsioni. Nel corso del primo sviluppo gli stati affettivi positivi e negativi diffusi del bambino si consolidano e assumono la forma di pulsioni libidiche e aggressive. Le interazioni con altri gratificanti vissute soggettivamente come buone, piacevoli e soddisfacenti, nel corso del tempo si consolidano in una pulsione rivolta al piacere (libidica). Analogamente, le esperienze con altri non gratificanti, vissute soggettivamente come negative, spiacevoli e insoddisfacenti, nel corso del tempo si consolidano nella pulsione distruttiva (aggressiva). Il bambino vuole massimizzare le esperienze piacevoli con gli oggetti buoni e distruggere gli oggetti cattivi che producono esperienze spiacevoli.

Nella descrizione di Kernberg, come in quella di Freud, le forze libidiche e aggressive che emergono dagli intensi stati affettivi che dominano le prime relazioni oggettuali sono a loro volta conflittuali. Le pulsioni libidiche, infuse di mete sessuali infantili, vengono vissute come potenzialmente antisociali e pericolose. Le pulsioni aggressive sono pericolose (una volta che la scissione è stata superata) perché sono dirette verso gli stessi oggetti che sono anche amati. Il terzo gradino della gerarchia evolutiva della psicopatologia dunque, per Kenberg è la nevrosi. Gli individui che hanno realizzato la separazione tra il Sé e gli altri e superato la scissione, sono quelli che vivono il conflitto nevrotico tra pulsioni e difese che costituiva la teoria freudiana classica della psicopatologia.

Kernberg, d’accordo con la Jacobson, ampliò e approfondì la teoria pulsionale di Freud facendo derivare le pulsioni da una complessa sequenza evolutiva centrata sulle prime relazioni oggettuali. Per Freud le pulsioni sono date, innate; per Kernberg dipendono ancora da predisposizioni costituzionali, ma alla fine si formano nell’interazione con gli altri, e dunque si costruiscono evolutivamente. Kernberg sovrappone le due teorie.

Scavando ed erigendo nuove impalcature al di sotto della teoria pulsionale classica, Kernberg riuscì a conservare la visione fondamentale freudiana della nevrosi come prodotto del conflitto pulsionalee, nello stesso tempo, a impiegare la teoria kleiniana, le teorie delle relazioni oggettuali e la psicologia dell’IO nella comprensione dei disturbi psicologici più gravi.

Tratto da “L’ esperienza della psicoanalisi” di Stephen A. Mitchell e Margaret J. Black, Bollati Boringhieri

Categorie
Documentari di Psicologia

GLI DEI DENTRO L’UOMO : ERMES di JEAN SHINODA BOLEN

Categorie
Documentari di Psicologia

GLI DEI DENTRO L’UOMO : EFESTO di JEAN SHINODA BOLEN

Categorie
Documentari di Psicologia

GLI DEI DENTRO L’UOMO : APOLLO di JEAN SHINODA BOLEN

Categorie
Documentari di Psicologia

GLI DEI DENTRO L’UOMO : POSEIDONE di JEAN SHINODA BOLEN

Categorie
Documentari di Psicologia

GLI DEI DENTRO L’UOMO : ADE di JEAN SHINODA BOLEN

Categorie
Documentari di Psicologia

LE DEE DENTRO LA DONNA: PERSEFONE di JEAN SHINODA BOLEN

Categorie
Documentari di Psicologia

LE DEE DENTRO LA DONNA: ARTEMIDE di JEAN SHINODA BOLEN

Categorie
Documentari di Psicologia

LE DEE DENTRO LA DONNA: ERA di JEAN SHINODA BOLEN

Categorie
Articoli

Tipologia Psicologica

di MARIE LOUISE VON FRANZ

Secondo Jung l’atto della conoscenza è composto da un lato da fattori soggettivi intrapsichici, dall’altro da fattori dipendenti dall’oggetto esterno. Se l’energia psichica, la libido, scorre prevalentemente e intenzionalmente verso l’oggetto esterno abbiamo il tipo estroverso, se scorre verso i dati oggettivi intrapsichici abbiamo il tipo introverso. Spesso l’atteggiamento esterno nasconde e talvolta falsifica il vero orientamento della libido. Si può essere introversi e apparire molto socievoli e aperti ai rapporti; viceversa un estroverso può essere tremendamente chiuso e avere rapporti difficili con l’ambiente.

Il sistema delle quattro funzioni nella psicologia Junghiana distinse in un primo tempo due tipi attitudinali:

  • l’estroverso;
  • l’introverso;

Nell’estroverso la libido cosciente fluisce abitualmente verso l’oggetto, accompagnata però da una segreta contro-azione inconscia diretta verso il soggetto. Nel caso dell’introverso accade l’opposto: egli ha l’impressione di essere perennemente oppresso dall’oggetto, dal quale deve continuamente ritrarsi, tutto gli casca addosso ed è costantemente sopraffatto dalle impressioni, ma non è consapevole di attingere segretamente energia psichica dall’oggetto e di farla rifluire nell’oggetto stesso, attraverso il suo processo inconscio di estroversione.

Le quattro fuinzioni sono:

  • Sensazione;
  • Pensiero;
  • Sentimento;
  • Intuizione;

Ciascuna funzione può essere estrovertita o introvertita, producendo otto tipi: pensiero estroverso, pensiero introverso, sentimento estroverso, sentimento introverso, sensazione estroversa, sensazione introversa, intuizione estroversa e intuizione introversa.

Le funzioni “pensiero” e “sentimento” vengono definite funzioni “razionali” e le funzioni “sensazione” e “intuizione” vengono definite irrazionali.

Schema delle funzioni Junghiane.

In questa rappresentazione, la funzione “pensiero” in alto è la funzione “dominante” cioè la più sviluppatta ed ha sede nella coscienza, poi abbiamo una funzione ausialiaria altrettanto sviluppata che in questo caso è la “sensazione”. La funzione “intuizione” viene denominata funzione mediatrice ed è in parte inconscia, essa rappresenta il ponte verso la funzione ,”inferiore” in questo caso il “sentimento” che risiede completamente nell’inconscio. Secondo M.L. von Franz è praticamente impossibile passare dalla funzione dominante a quella inferiore perché esiste una sorta di incompatibilità fra di esse.

DESCRIZIONE DEI TIPI: I quattro tipi IRRAZIONALI

Il tipo di sensazione estroversa: intuizione introversa inferiore

Il tipo di sensazione estroversa è rappresentato dal quell’individuo il cui dono e la cui funzione specializzata consistono nel ricevere sensazioni dagli oggetti esterni e nel mettersi in rapporto con essi in modo pratico e concreto. Si tratta di individui che osservano tutto, fiutano tutto, e se entrano in una stanza sanno dopo un istante quante persone ci sono. Il tipo di sensazione estroversa è un maestro nell’osservazione dei dettagli. Il tipo di sensazione estroversa trova che tutto ciò che si avvicina all’intuizione non sia che insana fantasia o immaginazione idiota. Può arrivare addirittura a disprezzare il pensiero, perché, se egli è molto unilaterale, riterrà che il pensiero porta ad astrarre anziche attenersi ai fatti.

Normalmente nel tipo di sensazione estroversa l’intuizione inferiore ruota intorno alla posizione del soggetto, molto spesso sotto forma di impressioni oscure o presagi o premonizioni che riguardano malattie o altre disgrazie che potrebbero capitargli. Ciò significa che l’intuizione inferiore è, in generale egocentrica. Un altro aspetto dell’intuizione inferiore in un tipo di sensazione estroversa può manifestarsi in un improvvisa attrazione per l’antroposofia o per un altro cocktail analogo di metafisica orientale, generalmente orientato sul sovrannaturale. Ciò accade perché la loro intuizione inferiore ha un carattere arcaico, ma comunque la funzione superiore continua a negare quella inferiore. Un grande pericolo è costituito dalla presa della funzione inferiore sull’intera personalità.

Il tipo di sensazione introversa: intuizione estroversa inferiore

Nel tipo di sensazione introversa il mondo esterno si inprime su di lui come una pellicola fotografica. L’intuizione inferiore di questo tipo è simile a quella del tipo di sensazione estroversa: anch’essa ha un caratere magico, fatato, fantastico. Però è maggiormente rivolta verso il mondo esterno, impersonale, collettivo. L’ aspetto negativo della sensazione sta nel fatto che il tipo rimane bloccato nella realtà concreta, per loro non esistono possibilità future, essi vivono nel qui ed ora e davanti a loro, vi è come una cortina di ferro. Si comportano nella vita come se tutto dovesse sempre rimanere com’è al momento, sono incapaci di pensare che le cose possano cambiare. Le intuizioni assumono talvolta un carattere negativo di natura sinistra, di conseguenza, se non vengono elaborate, i contenuti profetici che da esse emergono avranno un carattere pessimistico e negativo.

Il tipo di intuizione estroversa: sensazione introversa inferiore

L’intuizione è la funzione attraverso la quale percepiamo le possibilità. Il tipo intuitivo estroverso applica queste facoltà al mondo esterno, e quindi è molto abile nel prevedere gli sviluppi futuri dell’ambiente che lo circonda. L’intuitivo estroverso, in genere, non si cura del proprio corpo e dei bisogni fisici, non sa mai quando è stanco, non se ne accorge. In questi individui la sensazione inferiore, come tutte le funzioni inferiori, è lenta, pesante, carica di emotività.

Il tipo di intuizione introversa: sensazione estroversa inferiore

Il tipo intuitivo introverso è dotato della stessa capacità di fiutare il futuro dell’intuitivo estroverso. La sua intuizione è però rivolta verso l’interno, e percià esso è soprattutto il tipo del profeta religioso o del veggente. A livello primitivo, è lo sciamano che sa quello che vogliono gli spiriti, gli dei e gli antenati e che trasmette alla tribù i loro messaggi. In termini psicologici, diremmo che conosce i lenti processi che avvengono nell’inconscio collettivo, i cambiamenti archetipici, e li comunica alla società. I profeti del “vecchio testamento”, per esempio, costituivano il tramite tra i figli di istraele e Jahweh. Mentre i figli di Israele dormivano felicemente (come sempre fanno le masse). Jahweh comunicava loro le sue intenzioni e i suoi ordini per il popolo. I profeti, di tanto in tanto, comunicavano questi messaggi al popolo, che spesso non era molto contenti di sentirli.

L’intuitivo introverso spesso è a tal punto ignaro dei fatti esterni che quanto egli riferisce va preso con grande cautela. Coscientemente egli non intende mentire, ma la completa noncuranza di ciò che ha sotto gli occhi può portarlo a dire le più grosse falsità. La sensazione inferiore di un intuitivo introverso è estremamente intensa, ma emerge solo di tanto in tanto, e quindi scompare nuovamente dal campo della coscienza.

Il tipo di pensiero estroverso: sentimento introverso inferiore

Organizzatori, funzionari uomini d’affari, avvocati, grazie alla loro funzione superiore riescono bene in tutti quei mestieri dove il pensiero razionale svolge un ruolo importante. Tale tipo inoltre prova una sorta di attaccamento, mistico e sentimentale nei confronti degli ideali e, spesso , anche nei confronti delle persone. Il sentimento inconscio è poco sviluppato e barbaro, e può sfociare in sentimenti di fanatismo assoluto. Il tipo di pensiero estroverso non riesce a concepire che altri possano avere valori diversi dai propri per quel che riguarda il sentimento, perché egli non ha dubbi sui valori interni che difende. Questi sentimenti nascosti introversi del tipo di pensiero estroverso sono talvolta molto infantili. Il filosofo francese Voltaire rappresenta un caso esemplare del modo in cui il sentimento infantile può manifestarsi nei tipi di pensiero estroverso. Come si sà Voltaire combatté la chiesa cattolica con tutte le sue forze, eppure sul letto di morte, fu preso dalla paura e chiese l’estrema unzione, cui si sottopose in un soprassalto di pii sentimenti. Mostrò così alla fine della vita di essere completamente scisso: la sua mente avevaabbandonato un’originaria esperienza religiosa, ma i suoi sentimenti vi erano rimasti attaccati. Al momento della morte, che viene vissuto dalla personalità globale del soggetto, il suo sentimento emerse e lo sopraffece in modo assolutamente indifferenziato. Tutte le conversioni improvvise manifestano questa prerogativa: sono dovute a un’improvvisa eruzione della funzione inferiore.

Il tipo di pensiero introverso: sentimento estroverso inferiore

L’ occupazione principale di questo tipo non consiste tanto nel cercare di mettere ordine negli oggetti esterni, quanto nell’interessarsi alle idee. Quando una persona afferma che non si deve partire dai fatti, ma che si devono prima chiarire i presupposti, allora questa persona appartiene al tipo pensiero introverso. Nella scienza, questo tipo è rappresentato da quegli scienziati che fanno di tutto per convincere i loro colleghi a non perdersi nella sperimentazione e che, di tanto in tanto, cercano di riprendere i concetti di base chiedendo quale sia, dal punto di vista mentale, la vera questione.

Il sentimento del tipo di pensiero introverso è estroverso. E’ lo stesso genere di sentimento forte, leale e caldo che caratterizza il tipo di pensiero estroverso, con la differenza che, nell’introverso, il sentimento fluisce verso oggetti precisi. Per il resto, il sentimento del tipo di pensiero introverso presenta le medesime polarizzazioni del sentimento inferiore del tipo di pensiero estroverso: bianco o nero, sì o no, odio o amore. Si tratta di una sentimento che può essere facilmente intossicato dagli altri e dall’atmosfera collettiva. Il sentimento inferiore è vischioso in entrambi i tipi, e il tipo di pensiero estroverso è dotato di quel genere di fedeltà invisibile che può durare in eterno. Presenta però anche tutti i vantaggi della funzione primitiva: è straordinariamente caldo e genuino. L’amore del tipo di pensiero introverso non conosce il calcolo. E’ un amore totalmente rivolto verso il bene dell’altro. Nei tipi pensiero il sentimento è privo di calcolo, mentre coloro nei quali il sentimento è differenziato sono, nascostamente, calcolatori. Essi vi introducono nascostamente quel pizzico di Io. Il sentimento inferiore di un tipo pensiero esprime un gusto molto buono oppure molto cattivo, senza vie di mezzo. Il tipo di pensiero può scegliere come amici persone di grande valore, oppure può orientarsi verso i tipi sbagliati, la funzione inferiore presenta entrambi gli aspetti, e raramente rientra negli schemi convenzionali. Il sentimento inferiore di un tipo di pensiero esprime un gusto molto buono oppure molto cattivo, senza vie di mezzo.

Il tipo di sentimento estroverso: pensiero introverso inferiore

I meccanismi adottati dal tipo di sentimento estroverso ai fini del proprio adattamento consistono nella valutazione adeguata degli oggetti esterni e in un a relazione appropriata con essi. Di conseguenza, questo tipo farà amicizia con estrema facilità, avrà pochissime illusioni sulla gente, ma sarà capace di giudicare gli aspetti positivi e negativi in modo equilibrato. Gli individui di sentimento estroverso sono di solito molto ben adattati, assai ragionevoli, se la cavano piuttosto bene nei rapporti interpersonali e riescono facilmente ad ottenere quello che vogliono, anzi, riescono a fare in modo che tutti desiderino dar loro quello che vogliono. Lubrificano tanto bene il loro ambiente che la vita, per loro, scorre con grande facilità. Troviamo spesso questo tipo tra le donne; in genere hanno una famiglia molto felice e un sacco di amici. Solo se presentano qualche dissociazione nevrotica diventano un pò teatrali, un pò meccaniche e un pò calcolatrici. Possiedono la capacità di sentire oggettivamente la situazione altrui, tipi di sentimento estroverso sono di solito quelli che più genuinamente si sacrificano per gli altri. In generale, questo tipo sceglie i partner e gli amici con gusto buono ma un pò convenzionale. Non se la sente di affrontare i rischi connessi alla scelta di persone un pò fuori dal comune; desidera restare in un ambiente socialmente approvato. Il tipo di pensiero estroverso non ama pensare, perché quella è la sua funzione inferiore, ma soprattutto detesta il pensiero introverso, che si estrinseca in discorsi su principi filosofici, astrazioni o grandi domande sui significati della vita. Evita con cura le questioni profonde, sostenendo che il pensare a questi problemi è indice di uno stato di malinconia. In realtà egli pensa a queste cose, ma non lo sa, e il suo pensiero, essendo inconsapevole, tende a diventare grossolano e negativo. Si esprime in giudizi di pensiero rozzi e primitivi, privi della pur minima differenziazione e spesso negativi. Jung sostiene che il tipo di sentimento estroverso può essere la persona più fredda di questo mondo. E’ facile lasciarsi allettare dal tipo di sentimento estroverso e salire sul suo carro ben lubrificato, in un’atmosfera del tipo “ci vogliamo tutti bene e andiamo d’accordo”. Poi improvvisamente, può capitare che egli vi venga a dire qualcosa che vi darà l’impressione di aver ricevuto un blocco di ghiaccio in testa. E’ possibile indovinare quali cinici pensieri negativi possano albergare nella mente di una simile persona. Essa è del tutto inconsapevole, ma non appena ha l’influenza o quando va di fretta, nei momenti, cioè, in cui affiora la funzione inferiore e il controllo della funzione suoperiore cede, essi emergono bruscamente.

Quando questi individui incontrano qualcuno che sa pensare diventano fanatici, perché si sentono impotenti. Lottano per il sistema prescelto con il fanatismo di certi apostoli proprio perché sono insicuri circa le basi del loro pensiero.

Il tipo di sentimento introverso: pensiero estroverso inferiore

Il tipo di sentimento introverso si adatta alla vita soprattutto mediante il sentimento, ma non modo introverso. L’inferiorità del loro pensiero estroverso si esprime spesso in una certa monomania: finiscono con il servisi di un solo, forse due concetti, con cui compiono interminabili scorribande in una quantità enorme di materiale. Il pensiero estroverso inferiore è caratterizzato da quell stesse tendenze negative a diventare tirannico, rigido e intollerante, che caratterizza tutte le funzioni inferiori.

Tratto da “Tipologia psicologica” di Marie-Louise von Franz

Categorie
Approfondimenti di Psicologia Articoli

La Psicoanalisi intersoggettiva di Stolorow e Atwood

La teoria della Psicoanalisi Intersoggettiva si è sviluppata a partire dagli anni settanta grazie all’opera di alcuni autori statunitensi (Stolorow, Atwood, Brandchaft, Orange, Fosshage) che, partendo dalle intuizioni toriche e tecniche di Heinz Kohut e della Psicologia del Sé, hanno allargato lo spettro di indagine dei fenomeni psichici arrivando a sostenere che qualsiasi fenomeno psicologico nasce e prende forma in uno specifico contesto di riferimento e non deriva, invece, da specifici meccanismi intrapsichici alimentati da spinte pulsionali biologicamente determinate.
Come affermano gli autori “la teoria dell’intersoggettività è una teoria di campo o sistemica
” proprio perché assolutamente legata al superamento di una visione meccanicistica della mente e dei suoi derivati psichici.

Freud aveva descritto un uomo in conflitto tra le spinte pulsionali interne e le restrizioni della società esterna e, rifacendosi alla filosofia cartesiana, aveva tratteggiato una visione della mente come entità oggettiva, una “cosa pensante”. La psicoanalisi intersoggettiva evidenzia come “il mito della mente isolata attribuisce all’individuo un’esistenza separata dal mondo della natura fisica e dal mondo dei legami sociali” e sostiene, di contro, che la soggettività nasce e si sviluppa sempre all’interno di un sistema intersoggettivo in evoluzione governato da un sistema di regolazione reciproca degli stati interni (che prende forma dalle prime interazioni madre-bambino e consente al neonato di sperimentarsi via via come entità separata capace di autoregolazione e di iniziativa indipendente).
È qui che gli autori introducono una interessante visione dello sviluppo nel bambino della capacità di esperire il mondo esterno e se stesso come “reali”.

Sarebbe la capacità del contesto di riferimento, e dei caregiver in particolare, a offrire al bambino una funzione di oggetto-sé ( Kohut) in grado di rispecchiare e convalidare l’esperienza che egli fa del mondo. La sensazione di sentirsi attore indipendente all’interno di un contesto di riferimento, di sperimentarsi cioè come un Sé nel mondo, dipenderebbe non tanto dal gioco di frustrazioni e gratificazioni dei bisogni, quanto piuttosto dalla sintonizzazione convalidante dell’esperienza e dal riconoscimento e condivisione di particolari stati affettivi, dall’incontro cioè di “soggettività interagenti e affettivamente sintonizzate”. Dalle interazioni madre-bambino fino alla stanza d’analisi, il terreno di indagine resta lo stesso: il campo intersoggettivo che si viene a creare, sempre determinato dall’influenza reciproca dei soggetti in interazione e costruito dinamicamente attraverso sintonizzazioni emotive specifiche.

Durante queste primissime interazioni con le figure di accudimento si creerebbero, per gli autori, delle strutture pre-riflessive dell’esperienza che operano a livello inconscio e determinerebbero una forma peculiare di inconscio stesso: l’inconscio pre-riflessivo.

A questo livello di elaborazione emergerebbero dei principi organizzatori dell’esperienza che operano al di fuori della sfera conscia e sono alla base delle successive esperienze del bambino; sulla base dei principi organizzatori inconsci che si andranno via via a strutturare nell’interazione precoce con il contesto, il bambino organizzerà le successive esperienze di vita.

La storia evolutiva del neonato sarà fortemente determinata dalla capacità del sistema intersoggettivo di riferimento di offrire numerose occasioni di convalida e sintonizzazione emotiva che gli permettano di organizzare l’esperienza in modo raffinato, flessibile e funzionale.

La psicoanalisi diventa così una occasione ed un metodo per riconoscere l’inconscio pre-riflessivo del paziente attraverso l’analisi delle modalità con cui egli organizza le esperienze di vita, si modella a schemi consueti e struttura la relazione analitica secondo temi ricorrenti e immagini di sé e dell’altro rigidamente definite sulla base di significati preformati in precedenza. Il riconoscimento e la comprensione empatica di tale modalità inconscia da parte dell’analista, all’interno di un contesto di fiducia, sintonizzazione emotiva e cooperazione, sollecita il paziente a ricercare e determinare nuove e più funzionali modalità relazionali e immagini più raffinate e caleidoscopiche di sé e dell’altro.

Man mano che il bambino agisce in un sistema intersoggettivo nel quale alcune particolari esperienze vengono sistematicamente rifiutate, o addirittura gli viene negata qualsiasi forma di risposta emotiva, egli si rende conto di dover sacrificare intere porzioni del proprio mondo esperienziale ed emotivo per salvaguardare il legame con l’ambiente di accudimento.

È questa la forma di inconscio che gli autori definiscono “inconscio dinamico”. Esso è determinato dalla rimozione dalla coscienza di stati affettivi intollerabili e minacciosi perché non in grado di incontrare la risposta convalidante del mondo esterno, con il rischio dell’abbandono e dell’isolamento.

Esisterebbe poi una ulteriore forma di inconscio, quello non-convalidato. L’inconscio non-convalidato sarebbe costituito dalle “esperienze che non hanno potuto essere espresse perché non hanno mai suscitato la necessaria risposta convalidante da parte dell’ambiente”.

Ciò che può essere pensato, formulato, inserito nella rete semantica e diventare un contenuto psichico pienamente conscio, è determinato dalla precoce conferma e approvazione da parte dei genitori.

Dire che un contenuto psichico è non-convalidato equivale a dire che non è formulato, non possiede connessioni con altri contenuti, è slegato dalla rete concettuale e ha contorni abbozzati.

Tratto da ” L’esperienza della psicoanalisi” di A. Mitchell e M.J. Black

Categorie
Approfondimenti di Psicologia Articoli

La psicoanalisi del sé: Heinz Kohut

Freud riteneva che la natura “umana” fosse apparsa come risultato di una lunga battaglia tra appetiti animali e norme civili di comportamento. A suo parere, una coscienza portatrice di un doloroso senso di colpa era una sorta di trionfo, perché preannunciava l’avvento di un codice etico civilizzato in una natura altrimenti inferiore. La psicopatologia, per Freud, riflette lo squilibrio tra queste forze interne necessariamente conflittuali.

Heinz Khout (1923-81) propose una visione dell’esperienza umana molto diversa, coerente con i temi fondamentali della letteratura e dell’analisi sociale della fine del XX secolo. Non parlò di battaglie, ma di isolamento, di sentimenti dolorosi di alienazione personale: l’esperienza esistenziale anticipata e descritta in modo tanto inquietante nella Metamorfosi di Kafka, in cui la persona è separata in modo terrorizzante dal senso del suo essere umano e si sente un “mostruosità non umana”. L’ uomo problematico di Khout non è lacerato dal senso di colpa per desideri proibiti; si muove invece in un’esistenza priva di significato. Privo del gusto per la vita che rende interessante ciò che è terreno, quest’uomo appare e agisce come un essere umano, ma vive l’esistenza come un lavoro faticoso, e i successi gli appaiono vuoti. Oppure è prigioniero di montagne russe emotive, in cui esplosioni di creatività si alternano a sentimenti dolorosi di inadeguatezza come reazione alle percezioni disgreganti di fallimento.

Il processo creativo subisce un cortocircuito; i tentativi di creatività vengono abortiti.

Le relazioni, ricercate con avidità, a volte in modo disperato, vengono ripetutamente abbandonate con un crescente pessimismo rispetto alla possibilità di procurarsi ciò di cui “si ha bisogno” dall’altro.

L’ uomo Freudiano era tipicamente “colpevole”; l’uomo di Khout è decisamente “tragico”.

Khout non immagina lo sviluppo come uno “shock culturale”, attraverso il quale la società civilizzata interviene e riesce infine a domare l’aspetto bestiale dell’essere umano, quanto piuttosto in termini di “adattamento” intrinseco. Khout giunse a convincersi che gli esseri umani devono essere programmati per prosperare in un certo tipo di ambiente umano. Tale ambiente deve in qualche modo fornire le esperienze necessarie che permettono al bambino di crescere non soltanto essendo umano, ma anche sentendosi umano, un membro vitale e integrato della comunità umana. Khout tentò di individuare queste condizioni ambientali cruciali nel primo periodo di vita del bambino.

I disturbi narcisistici

I contributi iniziali di Khout furono introdotti come una riformulazione radicale del concetto freudiano di narcisismo. Freud credeva che tutta l’energia libidica del bambino fosse inizialmente diretta verso il Sé, una condizione che definì narcisismo primario.

L’ esperienza precoce del bambino è magica e fantasmatica. Immerso in quella che Freud definisce l’onnipotenza del pensiero, il bambino si sente perfetto e dotato di ogni potere. Le prime occasioni di frustrazione nell’essere gratificato attraverso queste fantasie interrompono l’assorbimento narcisistico del bambino. Incapace di assicurarsi la gratificazione per questa via, il bambino rivolge la sua energia libidica all’esterno, verso gli altri, alla ricerca di una gratificazione tangibile, seppure imperfetta.

In questo processo, la libido narcisistica normalmente si trasforma in libido oggettuale, e il bambino fa dei genitori i suoi primi oggetti d’amore. L’ attaccamento ai genitori, e le fantasie edipiche che si sviluppano all’interno di esso, propongono l’ostacolo psichico successivo.

Se il bambino è incapace di rinunciare a queste fantasie edipiche, la sua libido si fissa sugli oggetti d’amore infantili, e il bambino diventa nevrotico.

In seguito, quando da adulto inizierà la terapia psicoanalitica, il transfert di quei tenaci attaccamenti infantili sulla persona dell’analista permetterà loro di essere vissuti intensamente, oltre a renderli disponibili per l’interpretazione psicoanalitica curativa.

Nella teoria la libido oggettuale e la libido narcisistica sono inversamente proporzionali. Freud paragona la libido al protoplasma dell’ameba: più protoplasma è presente nel corpo centrale dell’ameba, meno ce n’è negli pseudopodi che se ne dipartono e viceversa; maggiore è l’interesse verso sé stessi (libido narcisistica) meno energia è disponibile per gli attaccamenti verso gli altri (libido oggettuale) e viceversa.

Freud riteneva che gli stati schizofrenici fossero il prodotto di un massiccio ritiro della libido dai suoi oggetti fino a raggiungere una condizione di narcisismo secondario, che spinge l’individuo addirittura al di là, dei legami infantili verso i genitori, fino allo stato di egocentrismo magico, che caratterizza i primi mesi di vita.

In questa situazione il paziente non può trasferire i legami libidici con i genitori sulla persona dell’analista, perché non ha più legami da trasferire.

Gli analisti di oggi continuano a ispirarsi a questa teoria del narcisismo per spiegare certe difficoltà cliniche che devono affrontare.

Il trasnfert narcisistico: la prospettiva classica

Per Freud il trasnfert divenne il nucleo emotivo del trattamento psicoanalitico. La scoperta di tendenze conflittuali inconsce deve avvenire, stabilì Freud, all’interno di un contesto emotivamente carico, in cui il paziente vive nei confronti della persona dell’analista emozioni intense e conflittuali che hanno le loro radici nella sua infanzia. Così Freud (1912) definì la capacità di sviluppare il transfert come la condizione irrinunciabile per il paziente. Per Freud il transfert divenne un aspetto così fondamentale dell’analizzabilità che finì con il fondarci sopra la sua distinzione diagnostica fondamentale delle diverse psicopatologie. Egli era convinto che ciò che rende incurabile il paziente psicotico è il suo massiccio egocentrismo, che impedisce lo sviluppo del transfert. Così Freud distinse tra le “nevrosi di transfert“, che comprendevano vari disturbi nevrotici analizzabili come i disturbi ossessivi e l’isteria, e le “nevrosi narcisistiche“, che comprendevano vari disturbi psicotici, come la schizofrenia e la depressione grave, non accessibili al processo psicoanalitico.

Tratto da “L’esperienza della psicoanalisi” di A. Mitchell, M.J. Black

Categorie
Approfondimenti di Psicologia Articoli

La scuola inglese delle relazioni oggettuali: W.R.D. Fairbain

William Ronald Dodds Fairbain (1899-1964) si formò presso la British Psychoanalytic Society negli anni trenta, quando dominavano le modifiche apportate dalla Klein alla teoria freudiana. Fairbain mise in discussione la premessa freudiana secondo la quale la motivazione fondamentale nella vita è il piacere, e propose un punto di partenza alternativo: la libido non è orientata al piacere ma all’oggetto. La spinta motivazionale fondamentale nell’esperienza umana non è la gratificazione e la riduzione della tensione, che porta a usare gli altri come mezzi verso quel fine, quanto piuttosto il legame con gli altri come fine a sé stesso.

Il bambino freudiano agisce come organismo individuale; gli altri assumono importanza soltanto attraverso la funzione che svolgono nel soddisfare i bisogni del bambino. Fairbain, al contrario, immaginava un bambino programmato per interagire nell’ambiente umano. La premessa che la libido è orientata all’oggetto fornisce, secondo Fairbain, una cornice molto più economica e convincente per spiegare le osservazioni di Freud dell’obiquità della coazione a ripetere. La libido è adesiva perché l’adesività, e non la plasticità, è la sua autentica natura.

Il bambino crea legami con i genitori attraverso qualsiasi forma di contatto che i genitori gli forniscano, e quelle forme diventano modelli di attaccamento e di contatto con gli altri che durano per tutta la vita.

Dov’è il piacere secondo Fairbain? Il piacere è una forma, forse la forma più meravigliosa, di contatto con gli altri. Se i genitori avviano scambi piacevoli con il bambino, il bambino impara a ricercare il piacere non come fine a se stesso, ma come forma appresa di contatto e interazione con gli altri.

Ma che succede se i genitori procurano soprattutto esperienze dolorose? Il bambino, come vorrebbe il principio di piacere freudiano, evita i genitori e va alla ricerca di altri oggetti, che procurano più piacere? NO.

Per Fairbain un’esperienza clinica particolarmente formativa fu il lavoro con i bambini maltrattati. Rimase colpito dall’intensità dell’attaccamento e della fedeltà che quei bambini nutrivano verso i genitori maltrattanti; la mancanza di piacere e di gratificazione non aveva minimamente allentato il legame. Piuttosto i bambini, finivano col ricercare la sofferenza come una forma di contatto con gli altri, la forma di contatto privilegiata.

I bambini, e in seguito gli adulti, cercano dagli altri il tipo di contatto che hanno sperimentato all’inizio del loro sviluppo.

Come gli anatroccoli sono soggetti all’imprinting e seguono l’oggetto apparso al momento giusto e che si prende cura di loro, qualunque esso sia, così secondo Fairbain, i bambini sviluppano un intenso attaccamento e costruiscono la propria vita emotiva successiva intorno al tipo di interazioni che hanno avuto con chi si è preso cura di loro all’inizio della vita.

Pensiamo alla centralità della “chimica” nelle relazioni sentimentali umane e nelle relazioni in generale. Gli altri non sono universalmente desiderabili a seconda del loro potenziale di procurare piacere. Sono desiderabili a seconda della risonanza con gli attaccamenti a vecchi oggetti, percorsi e toni di interazione che nella prima infanzia sono stati proposti come gli esempi fondamentali dell’amore.

Per Fairbain la libido è orientata all’oggetto, e gli oggetti che si incontrano per primi diventano i prototipi di tutte le esperienze successive di contatto con gli altri.

Fairbain costruì la sua teoria delle relazioni oggettuali a partire dalla teoria di Melanie Klein, in particolare i concetti di oggetto interno, e di relazioni oggettuali interiorizzate. E tuttavia il modo in cui egli si servì di questi concetti e la sua visione della mente sono diversi da quelli kleiniani.

Per la Klein gli oggetti interni sono presenze fantasmatiche che accompagnano tutta l’esperienza. Nel pensiero primitivo del bambino e nel pensiero inconscio dell’adulto, anch’esso primitivo, le fantasie proiettive e introiettive basate sulle esperienze infantili dell’allattamento, della defecazione e così via producono continuamente fantasie di oggetti interni buoni e cattivi, che amano e odiano, che nutrono e distruggono. Gli oggetti interni, per la Klein, sono una caratteristica naturale e inevitabile della vita psichica; le relazioni oggettuali interiorizzate sono le forme primarie del pensiero e dell’esperienza.

Per Fairbain le cure genitoriali adeguate fanno sì che il bambino sia orientato verso l’esterno, sia diretto verso le persone reali, che possono procurare contatto e scambi reali. Secondo Fairbain gli oggetti interni del tipo descritto dalla Klein risultano da cure genitoriali inadeguate.

Se i bisogni di dipendenza del bambino non vengono soddisfatti, se le interazioni affermative che il bambino cerca non gli vengono fornite, si verifica un allontanamento patologico dalla realtà esterna, dallo scambio reale con gli altri, e si formano presenze private e fantasmatiche (gli oggetti interni), con le quali viene mantenuto un legame fantasmatico (relazioni oggettuali interiorizzate).

Per Fairbain gli oggetti interni sono (come per la Klein) l’essenziale e inevitabile accompagnamento di tutta l’esperienza, ma piuttosto sostituti compensatori della realtà, delle persone in carne ed ossa del mondo interpersonale.

Fairbain afferma che il bambino che ha genitori scarsamente disponibili giunga a distinguere tra gli aspetti sensibili dei genitori (l’oggetto buono) e gli aspetti insensibili (l’oggetto insoddisfacente). Poiché il bambino nella sua ricerca dell’oggetto, non riesce a entrare in contatto con gli aspetti insensibili dei genitori nella realtà, li interiorizza, e fantastica quegli aspetti dei genitori come se fossero dentro di lui.

La rimozione secondo Fairbain

La concezione di rimozione di Fairbain si differenzia da quella di Freud per alcuni aspetti fondamentali. Nelle prime teorie freudiane, al centro del rimosso si trovava un’esperienza reale, al cui ricordo, a causa del suo impatto traumatico, non poteva essere consentito l’accesso alla coscienza. Quando Freud passò dalla teoria della seduzione infantile alla teoria della sessualità infantile, cominciò a pensare che il nucleo del rimosso fosse un insieme di pulsioni proibite, troppo pericolose per poter permettere loro l’accesso alla coscienza. Anche i ricordi possono essere rimossi, ma a quel punto Freud riteneva che venissero rimossi non a causa della loro natura traumatica in sé stessa, ma perché erano associati a pulsioni conflittuali, proibite.

Fairbain riteneva che il nucleo del rimosso non fossero né i ricordi né le pulsioni, ma piuttosto le relazioni, i legami con aspetti dei genitori che non potevano essere integrati in altre configurazioni relazionali. Anche i ricordi e le pulsioni possono essere rimossi, ma non principalmente perché traumatici o proibiti in sé stessi; piuttosto perché rappresentano e dunque minacciano di rivelare, legami oggettuali pericolosi.

Per Freud, il rimosso è composto da pulsioni, ma il rimovente è composto essenzialmente da una relazione interna, l’alleanza tra l’IO e il Super-IO. L’ IO, interessato alla realtà e alla sicurezza, e il Super-IO, interessato alla moralità e alla punizione, si uniscono per impedire alle pulsioni proibite l’accesso alla coscienza.

Per Fairbain, il rimosso e il rimovente sono relazioni interne. Il rimosso è una parte del Sé legata ad aspetti genitoriali inaccessibili, spesso pericolosi; il rimovente è una parte del Sé legata ad aspetti dei genitori più accessibili, meno pericolosi.

La scissione dell’IO

Un bambino con genitori depressi, distanti o narcisisticamente disturbati, può cominciare a sperimentare a sua volta depressione, distacco e disturbi narcisistici, attraverso i quali si procura la sensazione di entrare in contatto con i settori inaccessibili delle personalità dei genitori. Non è affatto insolito che i pazienti che attraversano il processo del superamento dei propri stati affettivi più dolorosi abbiano la sensazione di perdere il contatto con i genitori come presenze interne. Man mano che cominciano e essere più felici, si sentono anche in qualche modo più soli, fino a quando possono fare affidamento sulla propria crescente capacità di creare nuove, meno dolorose relazioni con gli altri.

Poiché ciascuno di noi ha ricevuto cure genitoriali imperfette, Fairbain ipotizza che la scissione dell’ IO sia un fenomeno universale. Il bambino, nel sistema Fairbain, diventa come gli aspetti insensibili dei genitori: depresso, isolato, masochista, prepotente e così via. E’ attraverso l’assorbimento di questi tratti caratteriali patologici che si sente unito al genitore, che non è accessibile altrimenti.

Questa interiorizzazione del genitore, inoltre, crea necessariamente una scissione dell’ IO: parte del Sé, rimane orientata verso i genitori reali nel mondo esterno e cerca risposte reali da loro; parte del Sé viene orientata invece verso genitori immaginari – gli oggetti interni – a cui è legata. Una volta che le esperienze con i genitori sono state scisse e interiorizzate, secondo Fairbain, si verifica un’ulteriore scissione tra gli aspetti seducenti e promettenti dei genitori (l’oggetto eccitante) e gli aspetti frustranti e deludenti (l’oggetto rifiutante). L’ Io, di conseguenza, si scinde ulteriormente in maniera corrispondente alla scissione degli oggetti interni. Parte dell’ IO si lega all’oggetto eccitante, la parte di Sé che sperimenta desideri e speranze continui. Fairbain definisce questo settore del Sé l’ Io libidico. Parte dell’Io si identifica con l’oggetto rifiutante, la parte del Sé che è arrabbiata e piena di odio, che disprezza la vulnerabilità e il bisogno. Fairbain definisce questa parte del Sé l’Io antilibidico.

Fairbain immaginava le persone dotate di una struttura fatta di organizzazioni del Sé multiple, discontinue, versioni diverse di noi stessi con caratteristiche e punti di vista particolari. Ognuno di noi forma le sue relazioni in base ai modelli interiorizzati a partire dalle relazioni significative più precoci.

Le modalità di contatto con i primi oggetti diventano le modalità di contatto preferite con i nuovi oggetti.

Un altro modo di descrivere la ripetitività dei modelli delle relazioni umane consiste nel dire che ognuno di noi proietta le sue relazioni oggettuali interne su nuove situazioni interpersonali.

I nuovi oggetti d’amore vengono scelti per la loro somiglianza con gli oggetti cattivi (insoddisfacenti) del passato; si interagisce con i nuovi partner in modi che provocano comportamenti vecchi e previsti. Le nuove esperienze vengono interpretate come se concretizzassero vecchie aspettative. E’ causa di questa proiezione ciclica di vecchi modelli e della reinteriorizzazione di profezie autoverificantesi che il carattere e i disturbi delle relazioni interpersonali sono così difficili da modificare.

Tratto da “L’esperienza della psicoanalisi” di S.A. Mitchell e M.J. Black

Categorie
Approfondimenti di Psicologia Articoli

I fondamenti del pensiero di MELANIE KLEIN

La pulsione Freudiana è un concetto al confine tra il somatico e lo psichico. Freud descrisse la pulsione come un iniziale accumulo di materiale nei tessuti del corpo, al di fuori della mente, che successivamente produce una tensione psichica, una “richiesta di lavoro per la mente”. Nel mondo esterno vengono “accidentalmente” scoperti “oggetti”, come ad esempio il seno durante l’allattamento, che risultano utili per eliminare la tensione libidica della pulsione, e questi oggetti vengono collegati per associazione con la pulsione. La Klein non si allontanò mai dal linguaggio della teoria pulsionale di Freud. Tutti i suoi contributi derivano e sono strutturati in base al postulato freudiano che prevede l’esistenza di energie libidiche e aggressive come carburante fondamentale per la mente, e la gratificazione e la difesa contro le pulsioni libidiche e aggressive come il dramma implicito in tutta la vita psichica. Eppure le formulazioni della Klein modificarono notevolmente questi elementi concettuali di base.

Per Freud la pulsione è qualcosa di distinto sia dalla mente dalla quale esige gratificazione, sia dall’oggetto con il quale viene casualmente associata. La Klein estese gradualmente il concetto di pulsione, sia relativamente alla fonte da cui sorge, sia rispetto alla meta verso la quale è diretta.

La pulsione kleiniana, anche se inserita nell’esperienza corporea, è molto più complessa e personale. La Klein vedeva le pulsioni libidiche e aggressive non come tensioni separate, ma come modalità assolute di vivere sé stessi, in termini di “buono” (amato e capace di amre” o “cattivo” (odiato e distruttivo). Anche se la libido e l’aggressività vengono espresse in termini di parti del corpo e di materiali, secondo la Klein esse sono prodotte e riflettono organizzazioni dell’esperienza e un senso di sé molto più complesso.

Per Freud, la meta della pulsione era la scarica; l’oggetto era il mezzo, scoperto accidentalmente, verso quel fine. La Klein riteneva che gli oggetti facessero parte dell’esperienza stessa della pulsione. Avere sete, ancora prima di bere, significava desiderare, in modo vago e impreciso, l’oggetto di quella sete. L’ oggetto del desiderio era implicito nell’esperienza del desiderio stesso.

Secondo la Klein, la pulsione libidica ad amare e proteggere contiene al suo interno, l’immagine di un oggetto amorevole, da amare; la pulsione aggressiva a odiare e distruggere contiene, al suo interno, l’immagine di un oggetto da odiare e capace di odio.

La spiegazione freudiana del funzionamento del modello strutturale propone l’immagine di un Io coeso e integrato, che si trova di volta in volta a trattare con una pulsione libidica specifica, oppure con una pulsione aggressiva specifica.

La spiegazione kleiniana delle esperienza precoci propone l’immagine di un Io discontinuo, vacillante tra la tendenza ad amare altre persone in grado di amare a loro volta, e la tendenza a odiare persone in grado a loro volta di odiare.

Anche se la Klein conservò la terminologia freudiana, il modo in cui intendeva il materiale di cui è fatta la mente si era spostato dalle pulsioni alle relazioni, portando a una visione molto diversa dei drammi della vita psichica.

Nella descrizione della Klein l’esperienza del bambino piccolo è composta da due stati nettamente polarizzati, drammaticamente contrastanti sia nella loro organizzazione concettuale sia nel tono emotivo. Le immagini paradigmatiche di questi due stati riguardano il bambino al seno. Nel primo, il bambino si sente immerso nell’amore. Il “seno buono”, pieno di nutrimento meraviglioso e di amore capace di trasformare, gli procura il latte necessario alla vita e lo avvolge in un’amorevole protezione. A sua volta il bambino ama il “seno buono” e prova una gratitudine profonda per la protezione che gliene deriva. In in altri momenti il bambino soffre e si sente perseguitato. Ha la pancia vuota e la fame lo attacca dall’interno. Il “seno cattivo” pieno di odio e malevolo, lo ha nutrito di latte cattivo, che adesso lo avvelena dall’interno, e poi lo ha abbandonato. Il bambino odiA il seno cattivo ed è pieno di fantasie di vendetta intensamente distruttive.

E’ importante tenere a mente che questa descrizione in un linguaggio adulto, fa delle ipotesi relative alle esperienze dei bambini nello stadio preverbale; tenta di oltrepassare un confine che non potremo mai superare completamente. La Klein e i suoi collaboratori sono sempre partiti dall’assunto che ciò che descrivevano con parole più o meno chiare si riferisse a esperienze del bambino che probabilmente non erano né chiare né verbali, ma amorfe e fantasmagoriche, distanti da ciò che gli adulti sono in grado di ricordare o sperimentare.

Si riteneva che il mondo scisso descritto dalla Klein si formasse molto prima dell’emergere di un qualunque tipo di esame della realtà. Il bambino crede che le sue fantasie, di amore e di odio, abbiano un’influenza netta e reale sugli oggetti delle fantasie stesse: il suo amore per il seno buono ha un effetto protettivo e riparativo, il suo odio per il seno cattivo è una distruttività che annienta. E’ proprio l’onnipotenza con cui il bambino vive questi impulsi a fare del suo mondo un luogo estremamente pericoloso, dove in gioco c’è sempre moltissimo.

La serenità emotiva in questa primissima organizzazione dell’esperienza dipende dalla capacità del bambino di tenere separati questi due mondi. Perché il seno buono possa essere un rifugio sicuro, deve essere chiaramente distinguibile dalla malevolenza del seno cattivo. Il bambino vive come reali le fantasie in cui distrugge il seno cattivo, mettendo in scena la rabbia intensa che prova contro di esso, e perciò teme che producano danni reali. E’ fondamentale che gli attacchi di rabbia distruttiva siano contenuti nella relazione con l’oggetto cattivo. La confusione tra oggetto cattivo e oggetto buono potrebbe risultare nell’annientamento di quest’ultimo, che sarebbe catastrofico, perché la scomparsa del seno buono lascerebbe il bambino privo di protezione e di rifugio dalla malvagità del seno cattivo.

La Klein definì posizione schizoparanoide questa prima organizzazione dell’esperienza. “Paranoide” si riferisce all’angoscia persecutoria, il timore della malevolenza invasiva, che viene dall’esterno. “Schizo” si riferisce alla difesa centrale: la scissione, la separazione del seno buono, che ama ed è amato, dal seno cattivo che odia ed è odiato.

Perché il termine “posizione”? Freud aveva descritto una progressione di “fasi” psicosessuali (orale, anale, fallica) incentrate su mete libidiche diverse che si manifestavano in una sequenza maturativa. La Klein propose un’organizzazione dell’esperienza (sia della realtà esterna che della realtà interna) e una posizione di fronte al mondo. Il mondo diviso del bene e del male non è una fase evolutiva che deve essere attraversata. Si tratta di una forma fondamentale di schematizzazione dell’esperienza e di una strategia per collocare sé stessi o, più precisamente, versioni diverse di sé stessi, in relazione a diversi tipi di altri.

La Klein derivò la posizione schizoparanoide dalla necessità di trovare una difesa dalle angosce persecutorie generate dalla pulsione di morte. Tutti gli autori hanno trattato il concetto freudiano di pulsione di morte alla stregua di un’ipotesi biologica, quasi mitologica, ma la Klein ne fece il centro della sua teoria. Attingendo al lavoro svolto con i bambini disturbati e con i pazienti psicotici, descrisse lo stato psichico del neonato come angoscia per l’annientamento imminente, derivante dalla sensazione della pura forza distruttiva e autodistruttiva della propria aggressività. Il problema più immediato e duraturo di tutta la vita diviene il bisogno di sfuggire all’angoscia paranoide, alla sensazione che la propria esistenza sia in pericolo.

L’ Io primitivo assediato proietta una parte delle pulsioni dirette verso di sé al di fuori dei confini del Sé, creando così il “seno cattivo”. E’ meno rischioso sentire che la cattiveria si trova fuori da sé stessi, dentro un oggetto da cui è possibile fuggire, piuttosto che dentro di sé, dove non c’è via di scampo. Parte di ciò che rimane della pulsione aggressiva viene indirizzato verso questo oggetto esterno cattivo. Così la relazione con l’oggetto cattivo originario viene creata dalla forza distruttiva della pulsione di morte allo scopo di contenere le minacce rappresentate da tale pulsione. C’è un seno malevolo che tenta di distruggermi, e io cerco di sfuggirgli e nello stesso tempo di distruggerlo.

Vivere in un mondo pieno solo di cattiveria sarebbe intollerabile, perciò il bambino ben presto proietta nel mondo esterno anche le pulsioni d’amore contenute nel narcisismo primario, creando così il “seno buono”. Parte di ciò che rimane della pulsione libidica viene diretto verso questo oggetto buono esterno. Così la relazione con l’oggetto buono originario viene creata dalla forza amorevole della pulsione libidica per fungere da controparte e rifugio alla minaccia dell’oggetto cattivo. C’è un seno cattivo che tenta di distruggermi, e io lo odio e tento di distruggere il seno cattivo. C’è un seno buono che mi ama e mi protegge e che io, a mia volta amo e proteggo.

Secondo la Klein nello schema dell’esperienza esiste una tendenza intrinseca all’integrazione, che incoraggia nel bambino la formazione di un oggetto intero, né tutto buono, né tutto cattivo, ma a volte buono a volte cattivo. Il seno buono ed il seno cattivo cominciano a essere considerati non più esperienza separate e incompatibili, ma aspetti diversi della madre, che è un altro più complesso, con una sua soggettività. Ci sono molti vantaggi nel passare dall’esperienza degli altri scissi in buoni e cattivi all’esperienza degli altri come oggetti interi. L’angoscia paranoide diminuisce; il dolore e la frustrazione non sono causati dalla malvagità e dalla cattiveria allo stato puro, ma dalla fallibilità e dall’incoerenza. Man mano che la minaccia della persecuzione viene ridimensionata, si riduce anche la necessità di vigilare attraverso la scissione; il bambino si sente più stabile, meno minacciato dalla possibilità di essere annientato o contaminato da forze esterne o interne.

Tuttavia i vantaggi impliciti nell’uscita dalla posizione schizoparanoide sono accompagnati da nuovi e diversi terrori. Il problema centrale nella vita, secondo la Klein, è la gestione e il contenimento dell’aggressività. Nella posizione schizoparanoide l’aggressività viene contenuta nella relazione di odio con il seno cattivo, a distanza di sicurezza dalla relazione d’amore con il seno buono. Man mano che il bambino comincia a fondere le esperienze della bontà e della cattiveria in una relazione ambivalente (di amore e di odio) con un oggetto intero, la serenità che la posizione schizoparanoide gli procurava va in pezzi. E’ la madre tutta intera, quella che delude o abbandona il bambino, provocando il dolore del desiderio, della frustrazione e della disperazione, a venire distrutta nelle fantasie di odio del bambino, e non soltanto il seno cattivo fatto solo di malvagità (mentre il seno buono rimane intatto e protetto). L’oggetto intero (sia la madre esterna che l’oggetto interno intero corrispondente) ormai distrutto dalle fantasie rabbiose del bambino è quello che procura sia il benessere che la frustrazione. Nel distruggere l’oggetto intero frustrante, il bambino elimina il suo protettore e il suo rifugio, distruggendolo e annientando il suo mondo interno.

La Klein definì angoscia depressiva il terrore intenso e il senso di colpa prodotti dal danno che il bambino infligge al suo oggetto d’amore con la sua distruttività, e posizione depressiva l’organizzazione dell’esperienza in cui il bambino entra in relazione sia con l’amore che con l’odio verso oggetti interi.

Nella posizione schizoparanoide il problema dell’aggressività innata viene risolto attraverso la proiezione, e risulta in una sensazione persecutoria minacciosa, di pericolo proveniente dagli altri. Nella posizione depressiva, più integrata e più avanzata dal punto di vista evolutivo, la grande forza della distruttività umana innata produce il terrore dell’impatto che la rabbia del bambino può avere su coloro che ama.

Nella descrizione della Klein, dopo la fantasia di distruzione rabbiosa della madre frustrante, il bambino si trova in una situazione di profondo rimorso. L’ oggetto intero frustrante che è stato distrutto è anche l’oggetto amato verso il quale il bambino prova profonda gratitudine e affetto. Da quell’amore e da quell’interesse nascono fantasie riparative (derivanti dalle pulsioni libidiche), nel tentativo disperato di rimediare al danno, di rendere la madre nuovamente intera.

La fiducia del bambino nella propria capacità di riparazione è fondamentale per poter sostenere la posizione depressiva. Per essere in grado di far restare interi i suoi oggetti, il bambino deve credere che il suo amore è più forte del suo odio e che è in grado di rimediare alle devastazioni prodotte dalla distruttività. La Klein considerava fondamentale l’equilibrio innato tra pulsioni libidiche e aggressive. Nelle circostanze migliori il ciclo di amore, frustrazione, distruzione aggressiva e riparazione rende più profonda la capacità del bambino di restare legato a oggetti interi, di sentire che le sue capacità riparative possono bilanciare e compensare la sua distruttività.

Anche nelle circostanze migliori, tuttavia, questa non è una soluzione statica e definitiva. Nella visione kleiniana siamo tutti soggetti, nella fantasia inconscia (a volte cosciente), a un’intensa distruttività verso gli altri, che viviamo come fonte di tutte le frustrazioni, le delusioni e le sofferenze fisiche e psichiche. Questa eterna distruttività verso coloro che amiamo rappresenta una fonte continua di angoscia depressiva e di senso di colpa, e del bisogno mai placato di riparare. In momenti particolarmente difficili, la distruttività diventa eccessiva e minaccia di spazzare via tutto il mondo oggettuale, senza lasciare superstiti. In questi momenti, ritirarsi nella posizione schizoparanoide fornisce una sicurezza temporanea. L’ altro frustrante viene vissuto non come oggetto intero, ma come oggetto cattivo. Da qualche parte c’è un oggetto buono che certamente non procurerebbe tanta sofferenza. La distruttività del bambino è di nuovo contenuta nella relazione con l’oggetto cattivo, e il bambino può essere sicuro (temporaneamente) che là fuori ci sono oggetti buoni, protetti dalla sua rabbia distruttiva.

L’ aspetto più problematico della posizione depressiva è l’insostituibilità dell’oggetto intero, che produce quella che il bambino vive come una totale dipendenza. La soluzione alternativa al dolore dell’angoscia depressiva è la difesa maniacale, in cui l’unicità dell’oggetto d’amore e la conseguente dipendenza da esso vengono negate magicamente.

La Klein descrive lo stato di relativa salute mentale non come un livello evolutivo da raggiungere e mantenere, ma come una posizione che viene continuamente perduta e riconquistata. Poiché l’amore e l’odio vengono entrambi prodotti continuamente nell’esperienza, l’angoscia depressiva è un tratto costante e centrale dell’esistenza umana. Nei momenti delle grandi perdite, del rifiuto, della frustrazione, sono inevitabili i ritiri nella sicurezza fornita dalla scissione della posizione schizoparanoide e della difesa maniacale.

Tratto da “L’esperienza della psicoanalisi” di S.A. Mitchell e M.J. Blacck, Bollati Boringhieri