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La scuola inglese delle relazioni oggettuali: W.R.D. Fairbain

William Ronald Dodds Fairbain (1899-1964) si formò presso la British Psychoanalytic Society negli anni trenta, quando dominavano le modifiche apportate dalla Klein alla teoria freudiana. Fairbain mise in discussione la premessa freudiana secondo la quale la motivazione fondamentale nella vita è il piacere, e propose un punto di partenza alternativo: la libido non è orientata al piacere ma all’oggetto. La spinta motivazionale fondamentale nell’esperienza umana non è la gratificazione e la riduzione della tensione, che porta a usare gli altri come mezzi verso quel fine, quanto piuttosto il legame con gli altri come fine a sé stesso.

Il bambino freudiano agisce come organismo individuale; gli altri assumono importanza soltanto attraverso la funzione che svolgono nel soddisfare i bisogni del bambino. Fairbain, al contrario, immaginava un bambino programmato per interagire nell’ambiente umano. La premessa che la libido è orientata all’oggetto fornisce, secondo Fairbain, una cornice molto più economica e convincente per spiegare le osservazioni di Freud dell’obiquità della coazione a ripetere. La libido è adesiva perché l’adesività, e non la plasticità, è la sua autentica natura.

Il bambino crea legami con i genitori attraverso qualsiasi forma di contatto che i genitori gli forniscano, e quelle forme diventano modelli di attaccamento e di contatto con gli altri che durano per tutta la vita.

Dov’è il piacere secondo Fairbain? Il piacere è una forma, forse la forma più meravigliosa, di contatto con gli altri. Se i genitori avviano scambi piacevoli con il bambino, il bambino impara a ricercare il piacere non come fine a se stesso, ma come forma appresa di contatto e interazione con gli altri.

Ma che succede se i genitori procurano soprattutto esperienze dolorose? Il bambino, come vorrebbe il principio di piacere freudiano, evita i genitori e va alla ricerca di altri oggetti, che procurano più piacere? NO.

Per Fairbain un’esperienza clinica particolarmente formativa fu il lavoro con i bambini maltrattati. Rimase colpito dall’intensità dell’attaccamento e della fedeltà che quei bambini nutrivano verso i genitori maltrattanti; la mancanza di piacere e di gratificazione non aveva minimamente allentato il legame. Piuttosto i bambini, finivano col ricercare la sofferenza come una forma di contatto con gli altri, la forma di contatto privilegiata.

I bambini, e in seguito gli adulti, cercano dagli altri il tipo di contatto che hanno sperimentato all’inizio del loro sviluppo.

Come gli anatroccoli sono soggetti all’imprinting e seguono l’oggetto apparso al momento giusto e che si prende cura di loro, qualunque esso sia, così secondo Fairbain, i bambini sviluppano un intenso attaccamento e costruiscono la propria vita emotiva successiva intorno al tipo di interazioni che hanno avuto con chi si è preso cura di loro all’inizio della vita.

Pensiamo alla centralità della “chimica” nelle relazioni sentimentali umane e nelle relazioni in generale. Gli altri non sono universalmente desiderabili a seconda del loro potenziale di procurare piacere. Sono desiderabili a seconda della risonanza con gli attaccamenti a vecchi oggetti, percorsi e toni di interazione che nella prima infanzia sono stati proposti come gli esempi fondamentali dell’amore.

Per Fairbain la libido è orientata all’oggetto, e gli oggetti che si incontrano per primi diventano i prototipi di tutte le esperienze successive di contatto con gli altri.

Fairbain costruì la sua teoria delle relazioni oggettuali a partire dalla teoria di Melanie Klein, in particolare i concetti di oggetto interno, e di relazioni oggettuali interiorizzate. E tuttavia il modo in cui egli si servì di questi concetti e la sua visione della mente sono diversi da quelli kleiniani.

Per la Klein gli oggetti interni sono presenze fantasmatiche che accompagnano tutta l’esperienza. Nel pensiero primitivo del bambino e nel pensiero inconscio dell’adulto, anch’esso primitivo, le fantasie proiettive e introiettive basate sulle esperienze infantili dell’allattamento, della defecazione e così via producono continuamente fantasie di oggetti interni buoni e cattivi, che amano e odiano, che nutrono e distruggono. Gli oggetti interni, per la Klein, sono una caratteristica naturale e inevitabile della vita psichica; le relazioni oggettuali interiorizzate sono le forme primarie del pensiero e dell’esperienza.

Per Fairbain le cure genitoriali adeguate fanno sì che il bambino sia orientato verso l’esterno, sia diretto verso le persone reali, che possono procurare contatto e scambi reali. Secondo Fairbain gli oggetti interni del tipo descritto dalla Klein risultano da cure genitoriali inadeguate.

Se i bisogni di dipendenza del bambino non vengono soddisfatti, se le interazioni affermative che il bambino cerca non gli vengono fornite, si verifica un allontanamento patologico dalla realtà esterna, dallo scambio reale con gli altri, e si formano presenze private e fantasmatiche (gli oggetti interni), con le quali viene mantenuto un legame fantasmatico (relazioni oggettuali interiorizzate).

Per Fairbain gli oggetti interni sono sono (come per la Klein) l’essenziale e inevitabile accompagnamento di tutta l’esperienza, ma piuttosto sostituti compensatori della realtà, delle persone in carne ed ossa del mondo interpersonale.

Fairbain afferma che il bambino che ha genitori scarsamente disponibili giunga a distinguere tra gli aspetti sensibili dei genitori (l’oggetto buono) e gli aspetti insensibili (l’oggetto insoddisfacente). Poiché il bambino nella sua ricerca dell’oggetto, non riesce a entrare in contatto con gli aspetti insensibili dei genitori nella realtà, li interiorizza, e fantastica quegli aspetti dei genitori come se fossero dentro di lui.

La rimozione secondo Fairbain

La concezione di rimozione di Fairbain si differenzia da quella di Freud per alcuni aspetti fondamentali. Nelle prime teorie freudiane, al centro del rimosso si trovava un’esperienza reale, al cui ricordo, a causa del suo impatto traumatico, non poteva essere consentito l’accesso alla coscienza. Quando Freud passò dalla teoria della seduzione infantile alla teoria della sessualità infantile, cominciò a pensare che il nucleo del rimosso fosse un insieme di pulsioni proibite, troppo pericolose per poter permettere loro l’accesso alla coscienza. Anche i ricordi possono essere rimossi, ma a quel punto Freud riteneva che venissero rimossi non a causa della loro natura traumatica in sé stessa, ma perché erano associati a pulsioni conflittuali, proibite.

Fairbain riteneva che il nucleo del rimosso non fossero né i ricordi né le pulsioni, ma piuttosto le relazioni, i legami con aspetti dei genitori che non potevano essere integrati in altre configurazioni relazionali. Anche i ricordi e le pulsioni possono essere rimossi, ma non principalmente perché traumatici o proibiti in sé stessi; piuttosto perché rappresentano e dunque minacciano di rivelare, legami oggettuali pericolosi.

Per Freud, il rimosso è composto da pulsioni, ma il rimovente è composto essenzialmente da una relazione interna, l’alleanza tra l’IO e il Super-IO. L’ IO, interessato alla realtà e alla sicurezza, e il Super-IO, interessato alla moralità e alla punizione, si uniscono per impedire alle pulsioni proibite l’accesso alla coscienza.

Per Fairbain, il rimosso e il rimovente sono relazioni interne. Il rimosso è una parte del Sé legata ad aspetti genitoriali inaccessibili, spesso pericolosi; il rimovente è una parte del Sé legata ad aspetti dei genitori più accessibili, meno pericolosi.

La scissione dell’IO

Un bambino con genitori depressi, distanti o narcisisticamente disturbati, può cominciare a sperimentare a sua volta depressione, distacco e disturbi narcisistici, attraverso i quali si procura la sensazione di entrare in contatto con i settori inaccessibili delle personalità dei genitori. Non è affatto insolito che i pazienti che attraversano il processo del superamento dei propri stati affettivi più dolorosi abbiano la sensazione di perdere il contatto con i genitori come presenze interne. Man mano che cominciano e essere più felici, si sentono anche in qualche modo più soli, fino a quando possono fare affidamento sulla propria crescente capacità di creare nuove, meno dolorose relazioni con gli altri.

Poiché ciascuno di noi ha ricevuto cure genitoriali imperfette, Fairbain ipotizza che la scissione dell’ IO sia un fenomeno universale. Il bambino, nel sistema Fairbain, diventa come gli aspetti insensibili dei genitori: depresso, isolato, masochista, prepotente e così via. E’ attraverso l’assorbimento di questi tratti caratteriali patologici che si sente unito al genitore, che non è accessibile altrimenti.

Questa interiorizzazione del genitore, inoltre, crea necessariamente una scissione dell’ IO: parte del Sé, rimane orientata verso i genitori reali nel mondo esterno e cerca risposte reali da loro; parte del Sé viene orientata invece verso genitori immaginari – gli oggetti interni – a cui è legata. Una volta che le esperienze con i genitori sono state scisse e interiorizzate, secondo Fairbain, si verifica un’ulteriore scissione tra gli aspetti seducenti e promettenti dei genitori (l’oggetto eccitante) e gli aspetti frustranti e deludenti (l’oggetto rifiutante). L’ Io, di conseguenza, si scinde ulteriormente in maniera corrispondente alla scissione degli oggetti interni. Parte dell’ IO si lega all’oggetto eccitante, la parte di Sé che sperimenta desideri e speranze continui. Fairbain definisce questo settore del Sé l’ Io libidico. Parte dell’Io si identifica con l’oggetto rifiutante, la parte del Sé che è arrabbiata e piena di odio, che disprezza la vulnerabilità e il bisogno. Fairbain definisce questa parte del Sé l’Io antilibidico.

Fairbain immaginava le persone dotate di una struttura fatta di organizzazioni del Sé multiple, discontinue, versioni diverse di noi stessi con caratteristiche e punti di vista particolari. Ognuno di noi forma le sue relazioni in base ai modelli interiorizzati a partire dalle relazioni significative più precoci.

Le modalità di contatto con i primi oggetti diventano le modalità di contatto preferite con i nuovi oggetti.

Un altro modo di descrivere la ripetitività dei modelli delle relazioni umane consiste nel dire che ognuno di noi proietta le sue relazioni oggettuali interne su nuove situazioni interpersonali.

I nuovi oggetti d’amore vengono scelti per la loro somiglianza con gli oggetti cattivi (insoddisfacenti) del passato; si interagisce con i nuovi partner in modi che provocano comportamenti vecchi e previsti. Le nuove esperienze vengono interpretate come se concretizzassero vecchie aspettative. E’ causa di questa proiezione ciclica di vecchi modelli e della reinteriorizzazione di profezie autoverificantesi che il carattere e i disturbi delle relazioni interpersonali sono così difficili da modificare.

Tratto da “L’esperienza della psicoanalisi” di S.A. Mitchell e M.J. Black